Ore 11,00 – A Pavia, in piazza Italia, orazione del Rettore Rabio Rugge in occasione della celebrazione del 25 aprile.

Orazione pronunciata dal Rettore prof. Fabio Rugge in occasione della celebrazione del 25 aprile 2019 a Pavia.

Illustri Autorità civili, militari, religiose, cari Concittadini,

buon 25 aprile. Sono onorato di essere stato invitato a tenere questa orazione. Sono consapevole anche di essere qui solo perché, con questo invito, si è tentato di porre rimedio a contrapposizioni e veti riguardanti l’oratore. Sono comunque qui per pronunciare le stesse parole di libertà e democrazia, le stesse conoscenze sulla Resistenza che, come storico, ho scritto e, come docente, ho tramesso ai miei allievi per oltre quaranta anni.

Ma confesso che c’è anche un’altra ragione, questa tutta personale, per cui ho accettato di tenere questa discorso, nonostante tutto. Questo privilegio mi permetterà infatti di onorare una promessa formulata molti anni fa. Per farlo, devo proporvi un breve racconto. Questo racconto riguarda un uomo nato nel 1915, in un piccolo paesino del Salento. Parlo di Acaia, un borgo rinascimentale vicino a Lecce, conteso, all’inizio del XX secolo, tra desolazione e bellezza. L’uomo, di nome Vito, era un contadino, proprietario di un piccolo podere. Ma, a un certo punto, fece una scelta importante. Volle diventare carabiniere. Si lasciò alle spalle il villaggio fatto di pietra arenaria e seguì l’Arma là dove questa lo destinava.

Le tappe del suo servizio furono quasi tutte nel Nord Italia. Poi, dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e alla vigilia del suo epilogo, Vito fu inviato in Francia meridionale. Le truppe italiane avrebbero dovuto contrastarvi lo sbarco alleato. Al contrario, intervenne la rotta successiva all’8 settembre. Il nostro carabiniere rientrò allora, avventurosamente, in Italia e si aggregò alla stazione dell’Arma di Ivrea.

Lì, però, la sua vita doveva cambiare ancora. Nel Nord si era costituita la Repubblica di Salò. Questa pretendeva dai militari un nuovo giuramento di fedeltà in violazione di quello che, entrando in servizio, ogni carabiniere aveva prestato al re. A questa e altre umiliazioni, Vito rispose a modo suo. Caricò su una camionetta qualche commilitone, e tutte le armi disponibili nel presidio, e raggiunse i partigiani nascosti nelle alture che fanno da sfondo a Ivrea. Là, nella serra, divenne militante di una brigata Garibaldi, le unità di resistenza collegate al Partito comunista.

Di temperamento piuttosto ardimentoso, addestrato, come carabiniere, all’uso delle armi, non tardò a distinguersi tra i compagni. Partecipò a diverse azioni di guerriglia. Finché una notte, nel tentativo di sabotare la centrale elettrica di Ivrea, in mano ai tedeschi, saltò su una mina e ne ebbe un piede maciullato.

I compagni lo trasportarono su, nella serra. Lo ricoverarono in una baita, nascosta nel folto delle robinie, lungo un torrente. Un medico gli amputò l’arto e Vito prese lentamente a guarire. Ma un mattino di ottobre del ’44 un rastrellamento operato dai tedeschi e dalle milizie di Salò risalì lungo gli argini del torrente. Vito fu sorpreso nel suo lettuccio di fortuna. Non gli valse essere mutilato e disarmato. La stretta valle risuonò dei colpi con cui fu ucciso. Poi – come d’uso – i carnefici diedero fuoco alla baita.

Sei mesi dopo i partigiani liberavano Ivrea. Inquadrato nella Brigata Garibaldi, marciava un battaglione, che possiamo riconoscere nelle foto di allora grazie allo stendardo – intitolato a Vito, l’uomo che oggi, per un attimo, è tornato a vivere tra noi.

Ecco così adempiuta la mia promessa, fatta alla famiglia di quel carabiniere. Non ne diremo per intero il nome, perché la sua storia è quella di molti e di molte come lui; e verso tutti loro indistintamente abbiamo il debito del ricordo. Sennonché, vi è almeno un punto nella vicenda di Vito che ci fa specialmente riflettere. Maturato nella fedeltà monarchica dell’Arma cui apparteneva, questo milite non esitò ad associarsi a partigiani di appartenenza comunista.

I cultori superficiali delle ideologie di partito troveranno l’adesione alle Brigate Garibaldi da parte del carabiniere Vito un po’ sconcertante. Poi magari la spiegheranno con la confusione dell’ora o con le contingenze della guerriglia. Ma io ritengo che non vi fu né confusione né resa alle contingenze nella scelta di Vito (come, del resto, di altri carabinieri).

In essa si esprimevano piuttosto due esigenze chiare e capitali: la rivendicazione della libertà dopo un ventennio di dittatura e la ricerca della pace dopo anni di guerra. E fu senza dubbio il convergere del desiderio di libertà e del bisogno di pace che rese possibile e vittoriosa la Resistenza – di Vito e dell’Italia. In questi due aneliti, capaci di saldare profondamente sentimenti politici diversi, sta il cuore della lezione che stamane dobbiamo riprendere.

Se infatti celebriamo la Resistenza, non è certo per riaprire il dibattito etico-politico sul regime cui essa pose fine. A causa del fascismo, l’Italia divenne una dittatura. Dal dittatore fu portata in guerra. Si schierò dalla parte sbagliata. Fu complice dell’olocausto. Questi errori sono talmente pesanti che nessuna riforma o modernizzazione operata dal fascismo può bilanciarli. Il fascicolo è chiuso; la sentenza non può cambiare.

Preoccupa semmai che l’incertezza del giudizio tocchi ancora taluni giovani; preoccupa anzi la ripresa, proprio tra i più giovani, di tesi, modi di pensiero, rituali associati ai momenti più bui della storia spirituale italiana ed europea. Di qui, il valore e la necessità della commemorazione, nel suo significato di “ricordare insieme”. Perché insieme si ricordi e insieme si rinnovi l’impegno a sbarrare la strada a tutto quanto rinnega i valori rappresentati dal 25 aprile. Quei valori si chiamano libertà e pace.

Guardate: proseguire sulla strada indicata da questo binomio non sarà, nei prossimi anni, una passeggiata. L’Italia e l’Europa hanno faticosamente forgiato, attraverso un lavorìo secolare, uno straordinario strumento per governare le società e conservarle libere: la democrazia politica. Eravamo tanto sicuri della bontà di questo strumento che pensavamo rappresentasse uno stadio inevitabile nello sviluppo di tutti i popoli della terra.

Sennonché oggi, nel mondo, la democrazia non avanza; anzi, per certi versi, regredisce. Lo stato più popoloso del Pianeta, la Cina, non è una democrazia né sembra destinata a divenirlo a breve. E nella nostra stessa Unione europea, il leader ungherese Viktor Orbán vaticina che le democrazie liberali (cito le sue parole) “saranno probabilmente incapaci di mantenere la loro competitività globale nei prossimi decenni”.

Ebbene, noi, al contrario, crediamo nella democrazia liberale proprio perché la riteniamo capace di competitività globale. E pensiamo che dalla competizione, non meno che dalla cooperazione mondiale, la nostra democrazia uscirà migliorata. Noi stessi siamo chiamati ogni giorno a migliorarla. Eppure, troppe cose ci dicono che la lezione della Resistenza sulla libertà e la democrazia non rappresenta affatto un’eredità scontata.

Quanto alla pace, le cose non richiedono meno impegno. In realtà, nel mondo le guerre guerreggiate sono diminuite. Intorno a noi, però, è tutto un pullulare di aspirazioni a rimettere al primo posto i cittadini di questo o quel Paese e forse addirittura quel certo Paese sugli altri. Le ragioni di ciò sono chiare. Difronte alle trasformazioni dell’economia planetaria, ai movimenti di popolazione povere verso le aree ricche, alla babele culturale creata dalla Rete, i cittadini e gli stati tendono a ripiegarsi su se stessi.

Questo ripiegamento pone una sfida che dobbiamo affrontare insieme, rispettosi delle paure di tutti di fronte al nuovo e al diverso. Non lasciamo soli quanti avvertono tali paure, facendoci magari forti delle nostre sicurezze economiche e culturali. E tuttavia ricordiamoci che stimolare sentimenti di autosufficienza o addirittura di primato nazionali, giocare con i dazi commerciali, erigere muri sono politiche rischiose! Al riparo di questi nuovi recinti, di queste nuove arene possono levarsi gladiatori inebriati della propria forza. Non possiamo consegnare a loro la tutela della pace.

Vedete allora che libertà e pace non rappresentano scelte ovvie, da celebrare stancamente. Al contrario: perché vivano e vincano, libertà e pace vanno coltivate e fatte fiorire. L’armonia tra i popoli non può costruirsi nel persistere della povertà, nello scontro tra bisogno di benessere e paura di perderlo. La cultura della libertà, a sua volta, richiede sicuramente severità delle leggi, ma anche loro nuove declinazioni. Essere liberi implica infatti rispetto per i concittadini, quindi solidarietà sociale ed economica. Implica rispetto per l’ambiente, quindi sensibilità per il destino della meravigliosa casa che abbiamo in prestito.

Solo in questa prospettiva il 25 aprile non è retorica. È impegno repubblicano; è progetto e programma; è promessa cui adempiere quotidianamente.

Promettiamo dunque oggi, di nuovo, di vincere contro gli egoismi municipali, regionali, nazionali; contro la nostra stessa inerzia di cittadini, talvolta pigri e troppo spesso rissosi; contro la superficialità cinica di qualcuno e l’irresponsabilità di qualcun altro. Promettiamo di batterci fino a prevalere contro quanto è contrario al bene e alla felicità della persona; e fino a che l’idea di un “bene comune globale” dilaghi in tutte le pianure del mondo, invada tutte le città della terra come, dalle montagne, la Resistenza dilagò nelle pianure e invase le città il 25 aprile di settantaquattro anni fa. Viva il 25 aprile!